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Intervista a Raimondo Brandi, founder di TeatroXcasa

"Più che un palcoscenico a domicilio, è il domicilio che si fa Teatro".

  • 06 dicembre 2016

Un palcoscenico a domicilio: perché? Chi è TeatroXcasa e come può contribuire a cambiare il modo in cui è solitamente vissuto il teatro?

Più che un palcoscenico a domicilio, è il domicilio che si fa Teatro. Non vogliamo ripetere l’esperienza teatrale in una casa, e non vogliamo imitare il palcoscenico in un salotto. Chiediamo a chi ospita uno spettacolo e il suo pubblico di interpretare a proprio modo la trasformazione del suo spazio, l’ospitalità, l’accoglienza e di diventare un polo culturale e sociale a disposizione della comunità per un paio di ore.

Il perché più urgente per noi è quello di cercare di recuperare un rapporto con il pubblico, e non intendo quello composto dagli addetti ai lavori, ma un pubblico meno specializzato ed esperto, un pubblico “vero”. Parlando di teatro indipendente, abbiamo la forte sensazione che questo tipo di pubblico sia stato in larga parte allontanato dalle piccole sale teatrali e dai festival. Le motivazioni sono tante. Noi andiamo a lavorare sull’aspetto sociale, che è andato perduto nelle sale canoniche. Facciamo in modo che l’esperienza culturale non sia solo una fruizione dell’oggetto culturale, ma che si porti dietro una vitalità sociale, che sia un incontro. Nella casa è più facile salutarsi, riconoscersi, confrontarsi su quello che si è appena visto. Il calore generato da una bella esperienza emozionale, come quello di uno spettacolo teatrale, non rimane compresso nella solitudine della tua poltrona, ma viene subito condiviso, arricchito. L’esperienza culturale deve aiutare anche a riconoscerci tra di noi e ad avvicinarci.

Che tipo di spettacoli si riescono a fare nelle case? Hai avuto limiti e/o aiuti per gli allestimenti o per le richieste degli spettacoli da proporre?

I limiti sono tecnici. Lo spazio è limitato, non si possono avere cambi luce, puntamenti, buio in scena. Non si può appendere o piantare in terra niente. Quindi spettacoli con massimo 2 attori, senza scenografia, e tanti oggetti di scena quanti ne entrano in una valigia. In realtà spettacoli che si adattano a questi limiti ce ne sono moltissimi e non c’è storia che un attore non possa raccontare anche privato di tutto il resto. L’importante è che ci sia del pubblico.

Com’è andato questo primo anno di attività? Che risposta hai avuto dal pubblico e che tipo di richieste ti sono state fatte?

Il nostro primo evento è stato nel marzo del 2014 in una casa di Roma. Siamo nati così, all’arrembaggio, senza nessuna preparazione da un punto di vista del business, in realtà neanche ci pensavamo troppo. Volevamo fare una cosa che ci piaceva, eppure, da subito, dal primo momento, ci è stato chiaro che dovevamo essere nazionali e che dovevamo formare una rete capillare; che per funzionare dovevamo raggiungere una grandezza critica. Abbiamo continuato a crescere in modo disorganico, sempre senza un piano, ascoltando quello che il pubblico ci diceva e cercando di analizzare i pochi dati che riuscivamo a organizzare. Tutto è diventato più serio quando abbiamo vinto IC nel 2015. Quest’ultimo anno è stato di organizzazione e analisi di quello che ci è successo. È stato un anno di test sempre più incoraggianti e di creazione dell’infrastruttura che ci permetterà di crescere a partire dal 2017: un vero sito fortemente ingegnerizzato.

Nei nostri test abbiamo avuto una risposta dal pubblico che ci ha stupiti: molto più reattivi di quanto speravamo. Tant’è che abbiamo rallentato la nostra comunicazione in attesa di avere il sito; al momento facciamo fatica a soddisfare tutte le richieste delle centinaia di case che ci contattano. Abbiamo 460 case iscritte. 18 compagnie teatrali che collaborano con noi e riusciamo a realizzare circa 15 eventi al mese.

Hai appena preso parte alla terza edizione di IC. L’anno scorso eri tra i team selezionati, quest’anno sei stato dall’altra parte del tavolo, tra la giuria. Cosa ti ha insegnato il cambio di prospettiva?

Essere in giuria è stata una delle esperienze più formative che ho fatto quest’anno. Essere dalla parte di chi giudica è un esercizio di chiarezza, limpidezza di visione e freddezza. Venendo meno la parte emozionale si vedono più facilmente gli argomenti salienti di un’idea. La valutazione di questi punti… quella è un’altra storia: è difficile. Sulla valutazione è stato molto bello discutere con gli altri giurati che mettevano in campo ognuno le proprie competenze. È una materia estremamente soggettiva, basta una sensazione, una foto azzeccata, una parola che ha fatto risuonare qualcosa e la valutazione cambia.

Penso che dopo questa esperienza potrò figurarmi con più precisione gli argomenti che una giuria può accogliere con più facilità o può trovare critici. Sicuramente mi sforzerò di fare chiarezza e di comunicarla, una cosa difficilissima e molto utile.