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Intervista a Michele Porcu e Mary Zurigo, fondatori di Z.E.A. Zone di Esplorazione Artistica e ideatori di alzhalarte, il progetto che mette l’arte a servizio dei malati di Alzheimer e dei loro familiari

"Eliminare le barriere non è un fatto tecnico... Non si tratta di fare rampe nell'ingresso secondario. Comporta un ripensamento della struttura complessiva, con trasformazioni del linguaggio e del senso. Riguarda anche il modo di fare arte e cultura, non solo la loro fruizione e comunicazione."

  • 19 aprile 2017

I dati del Ministero della Salute hanno rilevato nel 2016 oltre 1.000.000 casi di persone italiane affette da diverse forme di decadimento cognitivo. Immaginando di presentare alzhalarte direttamente a loro, come lo descrivereste?

Alzhalarte è un invito a sperimentare l’arte, divertendosi senza timore di sbagliare. Si può fare in casa, al parco o nel museo, in compagnia di chi vi sta vicino e con le persone che guidano le attività nei musei, artisti o mediatori. Non è necessario essere esperti d’arte o di design, basta essere un po’ curiosi e avere voglia di scoprire i musei della vostra città. Cosa succede quando osserviamo un’opera d’arte? Può suggerirci qualcosa? Possiamo condividere le emozioni che vengono dall’arte con le persone che ci sono vicine ogni giorno? O guardare gli oggetti intorno a noi con uno sguardo diverso? Vi va di provare insieme?

 

“L’arte nell’Alzheimer e l’Alzheimer nell’arte”: come nasce il vostro progetto? Quali sono le principali modalità di azione proposte?

Il progetto alzhalarte nasce dalla constatazione oggettiva della scarsità di iniziative dedicate a persone con decadimento cognitivo, dunque non solo Alzheimer, all’interno degli spazi culturali della città. E dalla consapevolezza che in un individuo con demenza le capacità residue emergono quando si dedica a qualcosa con entusiasmo, ricevendo stimoli creativi in situazioni piacevoli.

Stiamo progettando delle attività sul modello art assignment, che partono dalle opere esposte nei musei, secondo un programma curatoriale progettato di volta in volta con artisti e designer e verificato anche con consulenti psicologi.

Le opere vengono selezionate in primo luogo in quanto attivatori sensoriali. Nel contemporaneo, materiali, contenuti, media, linguaggi, si presentano in una tale varietà da offrire infiniti spunti da condividere. È importante vedere le opere dal vero, e sperimentare insieme agli artisti e designer le infinite varianti delle attività da fare e rifare.

 

“Ogni giorno un esercizio”, 365 esercizi all’anno proposti da alzhalarte ai familiari dei malati. Ci raccontate di che cosa si tratta?

Le attività assegnate online fanno da controcanto ai laboratori nei musei, ne sono un proseguimento quotidiano o una nuova esperienza autonoma. Si tratta di piccoli esercizi ai quali chiunque potrà accedere dal nostro sito e attraverso i social network, in modo da offrire uno spunto creativo e relazionale anche ai componenti più giovani della famiglia, figli o nipoti, che potrebbero non essere i caregiver primari, ma che hanno molta confidenza con le tecnologie e i digital device. Nelle attività dovranno fare da tutor, cioè sarà richiesto loro di partecipare aiutando il familiare a mettere in pratica le azioni suggerite, condividendo i risultati con la community che vogliamo costituire. Una comunità di persone, per un momento partecipanti e tutor, non malati e caregiver. Noi ci aspettiamo che si appassionino all’arte e ci seguano!

 

“Capivo poco il sostegno ai familiari, ma un bel giorno il familiare sono stato io…”, commento ricorrente per chi ha in famiglia un malato di Alzheimer. Al cuore del vostro progetto c’è l’obiettivo di fornire sollievo, stimoli, condivisione non solo ai malati, ma anche a chi si prende cura di loro quotidianamente: in che modo l’arte può essere una risorsa per il caregiver?

L’arte aggiunge alla vita di chiunque una dimensione straordinaria e intensa. Chi assiste una persona con demenza è più stimolato a ridefinire una relazione positiva se si nutre di spunti culturali e di momenti di espressività legati al fare.

Dall’analisi di casi studio e dalle interviste condotte, abbiamo capito che un familiare scivola nel solco della malattia tanto quanto la persona colpita, ed è spesso alla ricerca di iniziative e attività in un contesto non sanitario.

Pensiamo che le infinite possibilità che l’arte può offrire, di emozione, distrazione, stupore, allenamento dell’immaginazione e divertimento, nel senso etimologico del termine di volgere altrove e allontanare, possano aiutare la resilienza.

 

Siete stati selezionati tra i dieci team più promettenti del terzo bando di Innovazione Culturale di Fondazione Cariplo. Quando la cultura diventa uno strumento capace di portare innovazione e inclusione sociale? Come si traduce tutto questo nella vostra attività?

Un tema molto discusso è quello dell’accessibilità e inclusività della cultura, che per un museo significa, in pratica, saper proporre iniziative adatte a diversi tipi di pubblici, mettendo il suo patrimonio culturale a disposizione di tutti. Ma “Alzheimer nell’arte” significa molto di più: accogliere uno sguardo trasversale nei luoghi deputati alla crescita culturale, offrire la possibilità di arricchirsi da questo contatto ancora poco esplorato, contribuendo creativamente a una ricerca collettiva. Per questo i musei sono partner fondamentali. Il nostro obiettivo ultimo è di arrivare a programmi, attività, eventi che siano interessanti per tutti, fare laboratori aperti a un pubblico misto, con o senza problemi cognitivi.

Eliminare le barriere non è un fatto tecnico, non significa introdurre solo piccoli elementi che lascino il resto invariato. Non si tratta di fare rampe nell’ingresso secondario. Comporta un ripensamento della struttura complessiva, con trasformazioni del linguaggio e del senso. Riguarda anche il modo di fare arte e cultura, non solo la loro fruizione e comunicazione.

 

Per maggiori informazioni scrivere a: z.e.a.project@gmail.com