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“Ci si può perdere per scoprire una nuova bellezza e una nuova qualità di stare insieme. Ed è a quel punto che l’atto performativo diventa necessario, aggregativo, politico. Diventa una dichiarazione di esistenza…”

Intervista a Viola Ghidelli, Raffaele Rezzonico, Wauder Garrambone, Paola Palmieri, soci fondatori di Mirmica, l'associazione culturale che promuove un teatro partecipativo e inclusivo, lo sviluppo di occasioni di scambio culturale e di costruzione di reti.

  • 07 aprile 2017

Mirmica nasce nel 2008 ed è tra i beneficiari del bando 2016 Funder 35Per l’associazione il teatro è atto performativo, strumento di attivazione della cittadinanza e del valore di cui ogni persona è capace.

I membri della vostra associazione culturale hanno alle spalle un cammino in ambito di formazione e pratica e teatrale: che tipo di attività svolgevate prima della nascita di Mirmica e cosa vi ha portato alla sua fondazione?

I soci fondatori di Mirmica si sono conosciuti molti anni fa all’interno dell’associazione culturale Picciola, che ora non esiste più, e che a quel tempo organizzava la stagione di teatro ragazzi del San Fedele di Milano, produceva spettacoli per le scuole e conduceva laboratori. Noi tutti siamo stati coinvolti in quest’associazione dai componenti più senior, che conducevano i laboratori teatrali nelle nostre scuole superiori. Nel tempo, ognuno di noi ha sviluppato competenze più specifiche: chi più nell’ambito della ricerca, della drammaturgia e della produzione video; chi nell’attività attoriale o nel contesto del teatro sociale e comunitario. Nel frattempo, ci siamo ritrovati spesso in un percorso comune di formazione personale di pratiche di lavoro teatrali e di declinazione delle nostre competenze in ambito formativo. Mirmica nasce quindi dalla volontà di riunire di nuovo le nostre specificità in un progetto che intende promuovere un teatro partecipativo e inclusivo, e lo sviluppo di occasioni di scambio culturale e di costruzione di reti.

 

Mirmica progetta e realizza da quasi dieci anni interventi, percorsi e laboratori teatrali in campo educativo, scolastico e sociale, con particolare attenzione a persone con disagio psichico e disabilità. Il teatro diventa strumento pedagogico, interculturale e di inclusione sociale. E i soggetti ai quali vi siete rivolti che cosa hanno insegnato a Mirmica?

Moltissimo. Al di là delle etichette, ogni individuo, ogni gruppo è portatore di una specificità propria, di un’esperienza che può divenire un valore artistico. Il tentativo è di indagare come i limiti, anche forti, si possano trasformare in risorse e specificità e quanto, in scena e nella dimensione del laboratorio, si sia capaci di raccontare dei mondi, reali o possibili. A prescindere da un atto puramente “volontaristico” che guarda subito a un risultato. Perché c’è una dimensione del tempo e della cura dei dettagli che assumono una grande rilevanza e diventano strumenti per crescere umanamente e artisticamente insieme alle persone con cui si lavora. In questi contesti si scopre una nuova dimensione dello “stare”, e dello stare in relazione: ci si può perdere per scoprire una nuova bellezza e una nuova qualità di stare insieme. Ed è a quel punto che l’atto performativo diventa necessario, aggregativo, politico. Diventa una dichiarazione di esistenza, una rivendicazione di valore a volte negato dalle pressioni produttive, dalle ideologie economiche, dalla retorica del successo. Diventa una possibilità di incontro.

 

Siete promotori del progetto teatrale degli iMOV, la compagnia nata all’interno del Centro Diurno di Riabilitazione Psichiatrica di Cinisello Balsamo, e seguite la direzione artistica dell’iMOV festival. Di che cosa si tratta e come è nata la compagnia teatrale?

Gli iMOV sono nati nel 2011. Da ormai quasi 10 anni alcuni componenti dell’associazione stavano conducendo un progetto di laboratorio teatrale presso il centro diurno di riabilitazione psichiatrica di Cinisello Balsamo, e in quegli anni il gruppo di pazienti e di operatori espresse una volontà specifica: orientare il lavoro verso una dimensione più forte di ricerca artistica, uscire dalla dinamica ormai a lungo sperimentata dell’esito finale di laboratorio per un solo pubblico di parenti e amici, e indirizzarsi invece a un pubblico più ampio, presentandosi alla stregua di una compagnia professionistica. Il senso era venire a contatto con una dimensione professionale, responsabilizzante e socializzante molto più forte, e uscire, per quanto possibile, dall’inquadramento del contesto specifico della psichiatria. È così che il gruppo ha iniziato a partecipare a concorsi teatrali e festival. Nel 2008 gli iMOV vincono il premio Ellero per il teatro sociale (borsa teatrale Anna Pancirolli). L’iMOV festival, che abbiamo realizzato per due anni, nasce quindi dalla stessa necessità di organizzare un momento di vero incontro tra il mondo teatrale professionistico e altre esperienze di teatro sociale.

 

Nell’ambito del progetto LAIV di Fondazione Cariplo, Mirmica ha realizzato diversi percorsi teatrali sul territorio lombardo, dedicati agli studenti delle scuole superiori. In quali scuole avete lavorato? Come è andata? Come li avete coinvolti?

Nell’ambito del progetto LAIV Mirmica ha collaborato con il liceo Russell di Milano e con l’istituto Superiore Graziella Fumagalli di Casatenovo. Entrambe sono state esperienze altamente positive. Attraverso il laboratorio teatrale, i ragazzi del Russell nel tempo hanno sviluppato diverse competenze trasversali, e alcuni di loro, una volta usciti da scuola, hanno continuato a lavorare, supportati in parte dall’associazione, fondando un gruppo di laboratorio autogestito, che ha prodotto anche spettacoli per bambini. Due di queste persone sono poi entrate a far parte del consiglio direttivo dell’associazione. L’esperienza nell’istituto Fumagalli invece si è caratterizzata per lo sviluppo di relazioni territoriali, in quanto il gruppo ha partecipato a diverse esperienze di festival e rassegne del territorio di Casatenovo.

 

Mirmica, come una formica dal “passo leggero e veloce”. E la sua impronta? Se dovessi descriverla? 

Le impronte di Mirmica sono di diverse dimensioni e vanno in tante direzioni. Nel molto piccolo del territorio e nel campo più vasto degli scambi internazionali. Creano sul terreno percorsi intrecciati, che collegano nidi diversi, scavano canali sotterranei, invisibili alla grande massa ma presenti nel sottosuolo. Mirmica per scelta non ha una sua casa, perché – almeno finora – abbiamo optato per un’identità “decentrata”: non ci piace l’idea di una nostra scuola, un nostro spazio, una nostra sede. Non vogliamo essere i soli fautori dei nostri progetti, in competizione con altri, ma desideriamo creare dinamiche di lavoro compartecipate, in ascolto con chi incontriamo. La nostra vocazione ci porta a lasciare impronte ovunque, leggere e al contempo in maniera radicata: certo, abbiamo un territorio in cui lavoriamo più di altri, che negli anni ha visto la costruzione di una solida rete di attori sociali e partner culturali, ma al contempo il nostro desiderio è di ampliare gli spazi di intervento, diversificare le azioni, intrecciare i contesti e contaminare situazioni anche molto diverse tra loro come la produzione professionistica, gli interventi in ambito sociale, la ricerca scientifica, la costruzione di reti di comunità.